Archivio per Luglio 2007

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Uto

31, Luglio, 2007

Ho cominciato a suonare, senza annuncio né gesto di preavviso: un momento ero fermo in atteggiamento riflessivo con le mani sulla panchetta, un momento dopo avevo già attaccato il tema del “terzo concerto per pianoforte e orchestra” di Cajkovskij. Sobrio all’inizio, preciso e asciutto sulle note ben calibrate, senza sbavature né indulgenza o compiacimento, ma poco alla volta il rancore universale che avevo dentro ha cominciato a salirmi dentro sull’onda di risucchio della musica, affiorarmi alle dita e riversarsi nelle note che suonavo. Ogni nota staccata dalla memoria dove si era depositata anni prima caricata di scorie e umori negativi lungo il percorso del cervello ai polpastrelli, in un flusso in parte controllato parte inarrestabile di violenza che mi faceva toccare i tasti con una rabbia autoalimentata e automoltiplicata che ha finito per travalicare Cajkovskij e lasciarlo indietro, trascinarmi in un territorio musicale molto più selvaggio senza forme né regole, dove le mie dita percorrevano la tastiera in alto e in basso con una protervia quasi intollerabile, frugavano e battevano e premevano e lasciavano e riprendevano singole e doppie e triple e quintuple note, le martellavano e le spezzavano e ribattevano e sfavillavano e staccavano come se avessero a che fare con uno strumento molto più leggero e pericoloso di un pianoforte, con un mandolino – mitragliatrice arroventata dallo scorrere furioso di munizioni. I piedi lavoravano sui pedali, le ginocchia incalzavano il ripiano di legno per spremere tutto il volume possibile dalla grande cassa di risonanza: la musica mi dilagava tra le mani in un fiume incontrollabile inarrestabile di suoni. Mi faceva paura e mi faceva ridere, era come fare surf sul tetto di una macchina a duecentoventi all’ora, come buttarsi giù da una finestra e risalire con un salto, come fracassare migliaia di bicchieri in un negozio di cristalli e rimetterli tutti assieme con un solo gesto, far scorrere luci e colori a comando dietro le finestre, giorno- notte- giorno- notte- estate- inverno- primavera- autunno nell’ordine più arbitrario che mi veniva in mente.

Andrea de Carlo, Uto

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30, Luglio, 2007

“…Pensavo che mi dicesse che dovevo morire e invece mi aveva detto che dovevo vivere. E che significava? Mi sono reso subito conto che nella vita non l’avevo mai saputo. Io non sapevo veramente cosa volesse dire vivere.
Al massimo sapevo come si faceva a morire.
Buttandosi dalla finestra, per esempio. Mi dicevo – So che se mi butto dalla finestra, muoio. Sfigato come sono, minimo casco sul camion che porta via il vetro, così prima di morire mi taglio anche un po’ e soffro di più. Oppure posso spararmi, avvelenarmi, soffocarmi, posso aspettare un treno sui binari e cercare di fermarlo con la testa. Conosco un sacco di modi per morire, ma non per vivere!-
Pazzesco. Pazzesco scoprire che sai come si muore, ma non come si vive.
Questa scoperta mi ha fatto sorridere.
Quel giorno è stato veramente particolare. –

“…Dopo un po’ che stavo lì in silenzio a esaminare i miei comportamenti, ho pensato che era vero. Vivevo nella paura. E vivere nella paura è sempre stata la condizione di chi è sottomesso.
Paura del domani. Paura di non essere pronto. Di non essere all’altezza. Forse uno degli errori più grandi che facevo era quello di prepararmi al peggio.
Era la paura di non essere in grado di reggere una situazione brutta, la paura di perdere il controllo, o di trovarmi spiazzato e soffrire troppo, che mi portava ad allenarmi costantemente al pensiero di una catastrofe in arrivo. Per quello mi concentravo su cose brutte che potevano succedere, qualche disgrazia, qualche tragedia. Io alla fine non dovevo trovarmi impreparato. Costruivo delle barriere, delle difese, dei cuscinetti per attuire l’eventuale botta, l’eventuale scontro con la realtà. Ecco perché alla domanda ‘sei felice?’ rispondevo ‘Non lo so, ma non mi lamento’. Perché, visto che mi aspettavo sempre la catastrofe, il fatto che non fosse ancora successa doveva rendermi felice. Quindi per me in significato della felicità era: mancanza di dolore.”

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Fabio Volo, è una vita che ti aspetto

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Vampiri

30, Luglio, 2007

Per ogni vampiro giunge, prima o poi, il momento in cui l’idea dell’eternità diventa per un istante…insopportabile.
Vivere tra le ombre, nutrirsi nell’oscurità con se stesso come unico compagno, marcire in un’esistenza vuota e solitaria.
L’immortalità sembra una buona idea finché non si comprende che si dovrà trascorrerla da soli.
Quindi mi addormentai, sperando che il rumore delle epoche che si succedevano si sarebbe dissolto e che sarei stato colpito da qualcosa si simile alla morte. Ma, mentre giacevo lì, il mondo non sembrava più quello che avevo lasciato, aveva un suono diverso…migliore. Valeva la pena risvegliarmi mentre nascevano e si adoravano nuovi dei. Non erano mai soli, notte e giorno.
Io sarei diventato uno di loro.
Se sia stato merito di quel primo pasto o dei cento anni di riposo io non lo so, ma non mi ero mai sentito così meravigliosamente bene. I miei sensi eccitati mi guidarono direttamente verso lo strumento della mia resurrezione. Suonare…nella mia vecchia casa.

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Lestat – La regina dei Dannati