Ho cominciato a suonare, senza annuncio né gesto di preavviso: un momento ero fermo in atteggiamento riflessivo con le mani sulla panchetta, un momento dopo avevo già attaccato il tema del “terzo concerto per pianoforte e orchestra” di Cajkovskij. Sobrio all’inizio, preciso e asciutto sulle note ben calibrate, senza sbavature né indulgenza o compiacimento, ma poco alla volta il rancore universale che avevo dentro ha cominciato a salirmi dentro sull’onda di risucchio della musica, affiorarmi alle dita e riversarsi nelle note che suonavo. Ogni nota staccata dalla memoria dove si era depositata anni prima caricata di scorie e umori negativi lungo il percorso del cervello ai polpastrelli, in un flusso in parte controllato parte inarrestabile di violenza che mi faceva toccare i tasti con una rabbia autoalimentata e automoltiplicata che ha finito per travalicare Cajkovskij e lasciarlo indietro, trascinarmi in un territorio musicale molto più selvaggio senza forme né regole, dove le mie dita percorrevano la tastiera in alto e in basso con una protervia quasi intollerabile, frugavano e battevano e premevano e lasciavano e riprendevano singole e doppie e triple e quintuple note, le martellavano e le spezzavano e ribattevano e sfavillavano e staccavano come se avessero a che fare con uno strumento molto più leggero e pericoloso di un pianoforte, con un mandolino – mitragliatrice arroventata dallo scorrere furioso di munizioni. I piedi lavoravano sui pedali, le ginocchia incalzavano il ripiano di legno per spremere tutto il volume possibile dalla grande cassa di risonanza: la musica mi dilagava tra le mani in un fiume incontrollabile inarrestabile di suoni. Mi faceva paura e mi faceva ridere, era come fare surf sul tetto di una macchina a duecentoventi all’ora, come buttarsi giù da una finestra e risalire con un salto, come fracassare migliaia di bicchieri in un negozio di cristalli e rimetterli tutti assieme con un solo gesto, far scorrere luci e colori a comando dietro le finestre, giorno- notte- giorno- notte- estate- inverno- primavera- autunno nell’ordine più arbitrario che mi veniva in mente.
Andrea de Carlo, Uto







